
Per Infanzia si intende quel periodo della vita che va “dalla nascita alla pubertà” (segnale, quest’ultimo, che introduce un’altra importante fase di sviluppo che è l’adolescenza). Comprende dunque un periodo di tempo abbastanza esteso, da 0 a 12/13 anni circa, in cui il bambino vede avvenire in sè “numerose ed importanti trasformazioni”.
Anche se lo sviluppo riguarda l’intero ciclo di vita di un individuo (dalla nascita fino alla senescenza), i cambiamenti più rilevanti si verificano proprio durante il periodo infantile ed è per ciò che questi primi anni di età risultano i più attenzionati e studiati da chi si occupa di questo ambito.
Si tratta di un lungo percorso di crescita biologica, psicologica e sociale, durante quale si pongono le “premesse” per la vita futura del bambino. La sua importanza è data dal fatto che queste maturazioni costituiscono il fondamento della personalità, e permettono al soggetto di assimilare le conoscenze e le competenze necessarie per diventare un membro a pieno titolo della società; da qui la “funzione sociale” dell’Infanzia di preparare le generazioni più giovani ad un ruolo attivo e ad una vita man mano sempre più autonoma ed indipendente.
La concezione moderna ed attuale che si ha dell’Infanzia non è sempre esistita, tanto che l’attenzione a quest’importante fase dell’esistenza si puó ritenere una delle conquiste culturali del ventesimo secolo.
Sino ad allora la società mostrava una grandissima indifferenza nei confronti di questo periodo di sviluppo, e vedeva nel bambino un “uomo immaturo e imperfetto, privo di dignità e di finalità proprie”, spesso concepito come peso inutile o, comunque, come un oggetto di proprietà dell’adulto, che lo riteneva materiale informe da plasmare con ogni mezzo, in funzione di un modello precostituito che non teneva conto delle sue esigenze e bisogni.
In base a ciò gli atteggiamenti e le credenze nei confronti dell’infanzia sono stati per lungo tempo caratterizzati da “ambivalenza”, con una maggior tendenza a considerare i bambini come “esseri imperfetti”, soggetti all’errore e al peccato e, in situazioni di miseria, persino un peso di cui disfarsi.
Bisognerá attendere gli anni 50-80, epoca di calo della mortalità infantile grazie ai progressi della scienza medica ma, soprattutto, ad un “nuovo modo di guardare ai bambini che fa nascere la necessità di curarne l’igiene e provvedere alla loro salute fisica”, per cominciare a notare un interesse diverso nei confronti di questa fondamentale fase di crescita, maturazione e sviluppo.
Sino ad allora gli infanticidi (contrastati poi dalla diffusione del Cristianesimo, ma sostituiti da metodi di accudimento comunque violenti e repressivi), ed il diffusissimo fenomeno dell’abbandono dei figli soprattutto in caso di famiglie numerose, in situazioni di indigenza o di presenza di malformazioni fisiche, sottintendevano la concezione che si aveva dei bambini: soggetti “inutili” alla patria, specialmente in condizioni di povertà, nei casi più estremi un peso di cui disfarsi, le cui esigenze erano in ogni caso da “subordinare” alle necessità più generali dell’intera famiglia e ai metodi oppressivi degli adulti.
Decennio dopo decennio l’attenzione per l’infanzia andò fortunatamente crescendo, ed accanto all’idea che i più piccoli dovessero essere disciplinati e controllati, si cominciò ad affermare anche il convincimento che essi dovessero essere “protetti e socializzati”, e che si dovessero riconoscere e soddisfare i loro bisogni e le loro esigenze psicologiche.
Ad una nuova visione dell’Infanzia e del bambino, contribuirono nel tempo sicuramente anche:
•l’introduzione dell’istruzione scolastica, che consentì ai bambini di non vivere più esclusivamente mescolati con gli adulti, permettendo la delineatura di una netta distinzione tra il mondo dei bambini ed il mondo degli adulti, ed il riconoscimento di caratteristiche peculiari proprie dell’Infanzia;
•le modificazioni della struttura familiare, dovute anche ad una nuova immagine della donna: dal declino dell’abitudine a “mettere a balia” i propri figli, ai primi colpi inferti all’assolutismo maschile dati dal pensiero illuminista, che riconosceva uguali diritti tra marito e moglie cosicché, ad un cambiamento dei rapporti di forza tra uomo e donna all’interno delle famiglie, conseguivano anche delle modifiche nei rapporti genitori-figli.
J.J. Rousseau, al pari di altri importanti pedagogisti, sosteneva a tal proposito che i diritti genitoriali dovevano essere “limitati” dalle necessità del figlio: l’autorità dei genitori non era assoluta, e l’alienazione della libertà del bambino e la sua disuguaglianza nei confronti dell’adulto valevano fintantoché il bambino risultava incapace di vigilare sulla propria incolumità; nel momento in cui egli avrebbe raggiunto l’indipendenza sarebbe diventato uguale ai genitori, ed i legami si sarebbe mantenuti per affetto e non per obbligo.
Le idee di Rousseau, seguite da quelle di Freud, della Montessori, di Piaget, di Winnicott e di molti altri, contribuiranno a delineare una “nuova immagine del bambino” e rafforzare il convincimento che l’Infanzia debba assolutamente essere una fase di crescita da salvaguardare, mediante il rispetto dei ritmi di sviluppo di ogni bambino, e la predisposizione di un ambiente tollerante, protettivo e stimolante allo stesso tempo, dove poter fare le proprie esperienze di vita in maniera sana”, in quanto periodo di importanti dinamiche e passaggi che gettano le fondamenta del futuro, determinando la costruzione della personalità adulta”.
Come sosteneva Freud, e così come riportano i fondamenti della psicologia dinamica, alcuni disadattamenti in età adulta vanno interpretati proprio alla luce delle esperienze infantili, secondo la concezione in base alla quale l’individuo si porta dietro per tutta la vita “impronte” e “tracce” lasciate dalle esperienze vissute nei primissimi anni di vita, che diventeranno “costitutive” della sua personalità e delle sue scelte future.
Risulta pertanto di fondamentale importanza che ad ogni bambino venga “garantito un sano ambiente di sviluppo” dove sentirsi amato e compreso per poter crescere nel migliore dei modi, e/o vengano “sanate per tempo eventuali esperienze traumatiche”: “soltanto se protetti negli anni più delicati i bambini possono sviluppare quel senso di fiducia verso la vita e di sicurezza in sè stessi che consentiranno loro, una volta diventati adulti, di affermarsi e di vivere serenamente con gli altri, inserendosi nella complesse dinamiche dell’esistenza”.
Intervenire dunque a sostegno e salvaguardia di questo importantissimo periodo della vita, cercando le migliori strategie ed i percorsi più adatti per ridurre o superare eventuali problematiche e/o disturbi che si possono presentare durante questa fase di sviluppo, risulta di fondamentale importanza affinché il bambino possa essere adeguatamente sostenuto durante il suo delicato percorso di crescita, maturazione e ricerca del proprio posto nel mondo!
