
“È dunque in atto una rivoluzione, la Rivoluzione Digitale che, inaugurando nuovi universi di conoscenze e di esperienza, ha modificato il registro delle nostre possibilità mentali e sensoriali, contribuendo a plasmare una nuova cultura e differenti forme e modalità di sentire il rapporto con sè stessi, con l’altro da sé e con il mondo” (T. Cantalemi)
Introduzione:
Uno dei terreni su cui la cultura digitale ha esercitato più forte la propria influenza è quello della conoscenza.
L’innovazione tecnologica è stata infatti in grado di attivare effetti profondi nel sistema di formazione e trasmissione del sapere: la Rete ha cambiato la nostra mente, la nostra intelligenza e le loro operazioni.
Per diversi studiosi, tra cui T. Cantalemi (2013), si è in una fase definita di “insurrezione digitale” o addirittura di vera e propria “mutazione antropologica”, che vede affermarsi un “nuovo sistema cervello/mente”; in esso di stanno verificando cambiamenti che non è assolutamente possibile ignorare come ristrutturazioni cognitive, emotive e sociali del vivere, capaci di rideterminare la costruzione dell’identità e delle relazioni, nonché il vissuto dell’esperire.
Il nuovo sistema mentale definibile “tecno-liquido” (in quanto frutto dell’ormai ineludibile abbraccio tra ilmondo liquido, cosí come teorizzato da Zigmunt Bauman, e la rivoluzione digitale, cosí come proposta da Steve Jobs) appare diverso sul piano cognitivo, emotivo affettivo e socio-relazionale rispetto a quello analogico pre insurrezione digitale (T. Cantalemi, 2013).
Nella società globalizzata le conoscenze sono state cosí inevitabilmente coinvolte in un cruciale processo di modificazione che ha prodotto trasformazioni profonde in tutte le loro dimensioni: nel modo in cui si formano, nel modo in cui si trasmettono, nel modo in cui si sedimentano e si depositano nel tempo, e persino nel modo in cui si dimenticano.
Oggi quasi l’intera popolazione passa ore maneggiando attrezzi elettronici la maggior parte dei quali connessi con la Rete; si è tutti avvolti nella cosiddetta “mediasfera”, un ambiente in cui i media elettronici giocano un ruolo fondamentale “non più come strumenti, ma ormai come presenze arroganti” (R. Simone, 2012).
La fase attuale appare caratterizzata da un'” ubiquità dei media” che non ha precedenza nella storia; non c’è stato nessun periodo in cui la mediasfera sia stata così “avvolgente”, tanto che si può certamente affermare che i media siano oggi “inestirpabili” dalle nostre vite.
Si parla persino di “inquinamento dell’ambiente sociale” a causa della penetrazione e della presenza pervasiva dei nuovi media in tutti gli ambiti di vita (Kubiecek, 1988).
La cosiddetta “società incessante” è sempre attiva, sempre “online” e sempre meno capace di disconnettersi dai vari dispositivi tecnologici; i processi che questi ultimi esaltano definiscono le caratteristiche dell’uomo moderno ed i nuovi scenari della sua mente.
Considerazioni:
In virtù di ciò, nel corso del “processo di digitalizzazione”, i fondamentali valori della società sono stati messi in discussione dallo sviluppo nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Diversi ed innumerevoli cambiamenti sono arrivati ad urtare pesantemente l’insieme dei pensieri, delle valutazioni, delle opinioni, delle concezioni che risiedono nella mente dell’essere umano, cosícche “alcune categorie cruciali dell’esperienza umana” ne risultano intaccate senza rimedio.
A tal proposito si vuol far ad esempio riferimento al concetto di TEMPO, costantemente interrotto dal bisogno compulsivo di controllare i media che si portano prevalentemente addosso e non solo; basti pensare al telefono cellulare, che viene continuamente consultato per leggere ed inviare messaggi e/o email, scattare foto, cercare su Internet le informazioni piú disparate, utilizzare i Social…
“Tutte queste pratiche stravolgono l’esperienza del tempo continuo e indisturbato, trasformandolo in una sequenza di interruzioni e frammenti” (E. Ferreiro, 2001);
“[…] In tutto ció risalta il carattere intrusivo della mediasfera, che predilige l’interruzione alla concentrazione, la frantumazione alla continuità” (D. Pitteri, 2005).
Anche la nozione di SPAZIO si è alterata sia a livello individuale che collettivo. Lo spazio di rispetto che circonda ciascun soggetto è continuamente violato dall’intrusione mediatica degli altri: racconti al telefono di fatti propri, schermi che spandono luce al cinema o in teatro, immagini che scorrono sul display nelle mani del signore accanto…
Ma ciò che è ancora più paradossale è che lo spazio individuale risulta compromesso dal proprio stesso bisogno di una “ripetitività coatta” che fa sì che nessun’altra operazione simultanea sia in grado di inibire l’accesso alla mediasfera.
L’utilizzo dei media elettronici è per lo più ossessivo-compulsivo, ed avviene mediante comportamenti intrusivi ed inarrestabili: “tipicamente l’utilizzatore è indotto a comportamenti maniacali che arrivano alla vera e propria dipendenza, non riuscendo a trattenersi dall’uso dei vari dispositivi” (R. Simone, op. cit.).
Volendo fare riferimento alla funzione che i SENSI hanno avuto e continuano ad avere nello sviluppo ed acquisizione delle conoscenze, a proposito dei cambiamenti che nell’ultimo periodo hanno riguardato i “modelli di intelligenza umani” , è possibile affermare che alla fine del XX Secolo si è gradualmente passati da uno stato in cui la conoscenza si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cioè attraverso l’occhio, la visione alfabetica e l’intelligenza sequenziale) ad uno stato in cui essa si acquisisce anche e soprattutto attraverso l’ascolto e l’orecchio.
In generale, è possibile affermare che esiste un ordine dei sensi, una gerarchia di importanza e di attendibilità entro la quale la vista e l’udito sono le vie principali della conoscenza: ciascuna ha i suoi compiti ed i suoi limiti, ciascuna ha contribuito alla nascita di una facoltà della mente, ciascuna permette di acquisire una nuova porzione di conoscenza e di attivare nuove capacità intellettive.
Vi è infatti una relazione tra i diversi tipi di intelligenza ed il medium che essa privilegia;
– il linguaggio e la scrittura favoriscono l’intelligenza sequenziale;
– l’attività di guardare le immagini invece ha a che fare con quella simultanea.
Anche nell’accesso alla mediasfera l’occhio -con la vista- e l’orecchio -con l’udito- continuano ad essere i sensi maggiormente coinvolti. Solo che questi ultimi anni appaiono caratterizzati da un processo planetario di disaffezione alla lettura, parallelamente all'”ascesa incontrastata del vedere come senso primario”: il visivo ed il vedere sono diventati davvero -come sosteneva Popper nel 1956- “ladri di tempo”, poiché hanno sottratto attenzione e impegno ad altre forme di acquisizione del sapere.
E pensare che in passato il passaggio dalla dominanza dell’orecchio a quella dell’occhio (conseguente alla nascita della scrittura) era apparso un progresso definitivo, mentre ora invece si mostra solo come una delle fasi di un pendolo: si sta infatti tornando ad una “dominanza dell’orecchio e della visione non alfabetica, e le giovani generazioni sono un’avanguardia di questa migrazione a ritroso”.
Per chiarezza, è opportuno sapere che la “visione non alfabetica” si applica al guardare tutto ciò che appare su un video/display, e l’uso di codici iconici basati sulle immagini favorisce l’“intelligenza cosiddetta simultanea”, caratterizzata dalla capacità di trattare nello stesso tempo più informazioni, senza però che sia possibile stabilire tra di esse un ordine, una successione e quindi una gerarchia.
L’uomo rinuncia alla conquista della visione alfabetica nel momento in cui, con lo smisurato crescere dell’informazione mediata dall’orecchio e dalla visione non alfabetica, ha avuto l’impressione di disporre di fonti di conoscenza ugualmente ricche, che gli hanno consentito -probabilmente con molta naturalezza, senza neanche accorgersene- di rinunciare ad una conquista evolutiva che la scrittura aveva stimolato, facendo cosí paradossalmente un passo indietro.
È quasi come se si lasciasse da parte la visione alfabetica -medium faticoso- per tornare a media più naturali, più primitivi, che richiedono un minor grado di governo: “Si sta assistendo ad una demolizione progressiva del linguaggio travolto dall’immagine, soprattutto quella telematica” (L. Bentivoglio, 2011).
In questo “passaggio dall’Homo legens all’Homo videns” è purtroppo evidente una regressione verso una forma di acquisizione del sapere piú primitiva, anche se è possibile rintracciare in questo processo apparentemente involutivo degli aspetti innegabilmente positivi: “la fatica di leggere non può competere con la facilità di guardare”, e “mentre i libri sono letti dagli intelligenti -che sono pochi- le pitture abbracciano universalmente tutte le sorti di persone”, in quanto “le immagini si lasciano intendere da tutti gli intelletti…” (G. Paleotti, 1582).
Forse bisognerebbe arrivare alla considerazione che, piuttosto che vedere i due sensi in contrapposizione sarebbe meglio riconoscere universalmente una loro “profonda complementarietà”, in quanto ognuno di essi svolge un’importante funzione nello sviluppo della conoscenza.
D’altronde è proprio la “multimedialitá” che, con il suo rivolgersi contemporaneamente a piú sensi del ricevente attraverso l’utilizzo di piú linguaggi comunicativi (visivi-immagini, uditivi-suoni), garantisce una certa sicurezza di cogliere comunque l’informazione trasmessa: i canali multisensoriali sono più efficaci e rassicuranti di quelli monosensoriali.
Volendo continuare nella descrizione di altri elementi della nuova struttura organizzativa della conoscenza, non si può non fare riferimento alla “moltiplicazione a dismisura delle fonti di informazione e di sapere”: le banche immateriali della conoscenza sono numerosissime, le informazioni sono depositate in siti che possono essere raggiunti in qualunque momento e da qualunque posto del pianeta; il problema è che non è possibile sapere con certezza se una fonte sia di buona qualità o scadente, se filtrata da autorità o abbandonato a se stessa.
E quest’ultimo concetto chiama in causa proprio un altro elemento caratteristico della nuova struttura organizzativa del sapere: “la soppressione degli intermediari e dei garanti”: la mediasfera non permette controlli di autenticità e qualità in quanto gli intermediari della conoscenza (autorità culturali quali autori, revisori, curatori…) sono eliminati o scavalcati. Chiunque può infatti accedere alla Rete introducendo testi o modificandoli senza lasciare traccia: basti pensare ad esempio al funzionamento di Wikipedia.
È chiaro come tutto ciò distrugga due criteri che hanno tradizionalmente governato l’accesso alle informazioni qualificate:
– l’autorità che le emana e garantisce
– la validità che esse presentano in sé
“Nulla è definitivamente garantito e nulla è definitivamente valido. Ogni tipo di argomento può essere pertinente” (K. R. Popper, 1960).
Inoltre il testo non è più un’unità inscindibile racchiusa in una membrana che lo tiene insieme e lo protegge al tempo stesso, ma si assiste ad una frammentazione del corpo dei saperi e ad una conseguente erosione dei confini: “per una proprietà tipica della mediasfera si erodono i contenitori ed i confini sia in senso letterale che metaforico” (P. Sloterdijk, 2008)
Il sapere si forma così in maniera confusa e disarticolata, procedendo a caso tra i vari siti di informazioni e conoscenza: “la navigazione in Rete è propriamente una maniera di perdersi nello spazio telematico lasciandosi andare alla deriva…” (R. Simone, op. cit.).
Infine appare opportuno descrivere e fare delle considerazioni a proposito della “ritmica della cultura digitale”: gli apparati della mediasfera sono macchine le cui operazioni vengono svolte in “modo veloce” e la friendliness di un qualsivoglia sistema digitale dipende in larga misura proprio dalla sua rapidità.
L’attesa di minuti, o peggio di ore o giorni, che è stata indispensabile per secoli per acquisire le informazioni, sarebbe oggi insopportabile. Nel sistema di aspettazione più comune infatti si è creato un gradiente universale di velocità che ha portato un senso pervasivo di impazienza ed un effetto di accelerazione in un enorme varietà di funzioni ed attività, che è stato poi esteso e trasferito anche al di fuori del mondo digitale.
È diventato insopportabile il fatto di dover aspettare per conoscere ed imparare, e tutto quello che si associa alla lentezza ha perso mordente e appare estenuato, poco interessante, senza vita: “la lentezza e la fatica che sono state associate per millenni all’apprendimento complesso sono state sostituite dalla rapidità e dal fun!” (R. Simone, op. cit.).
“L’attuale metamorfosi, in definitiva, consiste nel passaggio dal sistema cervello/mente analogico a quello digitale, in cui prevalgono le attivazioni rapide e intense del sistema limbico e della parte più antica del cervello e in cui, di conseguenza, si riducono progressivamente le attivazioni lente e riflessive dei sistemi corticali, destinati a soccombere alle richieste del mondo digitale”
..Cosí oggi appaiono più interessanti le conoscenze che non hanno radici profonde che non comportano conoscenze previe, nè tanto meno sistematiche; è chiaro però che il rischio per conoscenze siffatte è la loro immediata dimenticanza, come prezzo da pagare proprio per aver permesso il rimpiazzo della vecchia modalitá lenta e graduale di sedimentazione del sapere.
Conclusioni:
Risultato di uno scenario del genere sono, come già accennato, tutta una serie di ristrutturazioni cognitive, emotive e sociali che comportano però anche degli “effetti psicopatologici” per via di un’esaltazione deleteria di alcuni aspetti individuali e dinamiche relazionali, frutto proprio della “rivoluzione digitale” e della conseguente trasformazione degli aspetti della realtà prima esaminati.
In fondo cos’è la Rete se non un “immenso sconfinato labirinto, luogo senza centro, anarchicamente disegnato e ridisegnato, dimensione dello smarrimento del Sé e del proprio percorso, attraverso la facile perdita di fini e scopi?” (T. Cantalemi, op. cit.).
D’altronde è quello che era già stato previsto molti anni addietro, e che è possibile ritrovare in una definizione molto esplicativa di J. V. Dijk (2002): “È possibile dire senza troppe esagerazioni che il XXI secolo sarà l’Era delle Reti, poiché esse saranno il sistema nervoso della nostra futura società. Ed è possibile altresí prevedere che questa infrastruttura influirà sulla nostra vita personale e sociale piú di quanto abbia fatto in passato la costruzione di strade per il trasporto di merci e di persone”.
Da qui il proliferare di una molteplicità segni psicopatologici, conseguenza dei rischi connessi ad uso scorretto della Rete e soprattutto ad un suo abuso. Oltre la grande famiglia delle dipendenze è possibile riscontrare una vera e propria costellazione di disturbi e comportamenti ancora lontani dall’essere sistematizzati e definiti, che intercettano tutto un insieme di caratteristiche esaltate dalla digitalizzazione e dalla multimedialità: il narcisismo pervasivo, l’alterazione delle esperienze di spazio e tempo, l’ambiguità identitaria, la ricerca di emozioni forti (sensation seeking), la tecno-mediazione delle relazioni, la mancata elaborazione privata delle esperienze che vengono condivise e rese pubbliche ancor prima che ciò possa avvenire.
Dato che il concetto di “addiction” non appare in grado di esaurire un fenomeno cosí complesso, alcuni autori preferiscono parlare di Internet Related Psychopathology (IRP), intendendo con questo termine l’insieme di quei segnali che indicano che si è alle soglie di una mutazione dell’essere umano di portata non solo psico-sociale ma addirittura antropologica (T. Cantalemi, op. cit.).
È prevedibile che nel futuro, in considerazione dell’inarrestabile diffusione della Rete, tutti questi fenomeni psicopatologici connessi ad essa potranno assumere contorni sempre più definiti, ma anche dimensioni molto più ampie.
Pertanto risulta necessario studiare con molta attenzione l’impatto che tecnologie così potenti hanno sulla psiche dell’uomo, sulla sua mente e sulle modalità di apprendimento e diffusione della conoscenza: l’espansione della “ragnatela” e degli strumenti ad essa connessi è di per sé inarrestabile, ma oltre ad essere apportatrice di novità straordinarie presenta un’altra faccia molto insidiosa che è indispensabile affrontare e combattere per evitare che i suoi effetti deleteri abbiano la meglio sulle sue immense potenzialità.

Bibliografia:
R. Simone, “Persi nella Rete”, Ed. Garzanti, 2012.
T. Cantalemi, “La psicologia ai tempi di internet: la mente tecnoliquida. San Paolo edizioni, 2013.
E. Ferreiro, “Passato e presente dei verbi leggere e scrivere”. Fondo de cultura economica, 2001;
D. Pitteri, “L’intensità e la distrazione. Industrie, creatività e tattiche nella comunicazione. Franco Angeli, 2005.
K. R. Popper, “Three views concerning human knowledge”, 1956.
K. R. Popper, “On the sources of knowledge and ignorance”, 1960.
L. Bentivoglio, intervista apparsa in “La Repubblica “, 15 luglio 2011, p. 36.
P. Sloterdijk, “Le palais de cristal. À l’interieur du capitalisme planetaire”, 2008.
J. V. Dijk, “Sociologia dei nuovi media”. Il Mulino, 2002.